Basta città dei morti. Puzzano e sottraggono spazio ai giardini

I cimiteri sono città di sette piani, con o senza ascensore, che occupano spazi che dovrebbero essere destinati alla vita. Dovrebbero diventare dei giardini curati e animati per farci giocare i bimbi e fare felici i nonni e gli innamorati. Io preferirei essere ricordata davacimiteri_450.jpgnti a un roseto piuttosto che davanti a una lapide con la mia fotarella in bianco e nero con l’espressione vagamente affranta. Voi, no?

Non preferireste diventare un concime organico piuttosto che accozzaglia di ossa?

I cimiteri avevano un senso un tempo, quando erano l’unico sistema per coltivare la memoria dei propri cari defunti. Quando si doveva ostentare una cappella di famiglia. Fare mondanità nei giorni dei morti e nelle feste. Quando si avvertiva un obbligo a cui assolvere e da trasmettere ai propri eredi per evitare di essere dimenticati poi… Ora questo sistema è inadeguato, non è più sufficiente. C’è grossa crisi. Il digitale ha trovato un altro modo per ricordare i morti. Insomma, le città dei morti sono brutte, vecchie e puzzolenti. Con questo caldo, poi… i fiori marciscono velocemente e andare al cimitero a cercare sollievo non è un gran bell’affare. È solo l’affare della criminalità…e allora… Basta, facciamone giardini attrezzati per chiacchierare e pensare alla salute!

 

Il cavallo di Donatello accoglie i turisti sulle scale del MANN di piazza Cavour

L’originale della testa di Cavallo in bronzo è esposto da poco più di un anno nel Museo archeologico nazionale di Napoli, mentre una copia troneggia nei sotterranei della metro. L’artista romano David Diavù Vecchiato ne ha fatto una opera di Urban Art sulle scalinate del MANN di piazza Cavour. Verrà inaugurato ufficialmente il 19 per dare il via al Festival del Mann che si svolgerà fino al 25 aprile.  Il progetto nasce dalla collaborazione tra il Mann e l’Accademia d’arte Bellini e rientra nei progetti di “Pop stairs” che stanno abbellendo, con simboli significativi della loro storia, molti luoghi delle città italiane. Per la città il cavallo è un simbolo importante. Una storia che nasce con l’antico Seggio di Capuana, tra i più importanti della Napoli medievale, che come simbolo aveva proprio un cavallo rampante (questa fu, tra l’altro, la prima effigie del Calcio Napoli, prima che il cavallo si «trasformasse» in ciuccio, dopo le prime sonore sconfitte in campionato).

Don’t mix ghosts with angels, il Rione Sanità dice la sua a chi lo vuole male

Simone del Collettivo emiliano FX ci ha lavorato una notte e un giorno intero. E prima di cominciare ha rattoppato il muro col cemento e rimosso vecchi manifesti elettorali con le faccione di Bassolino e Mastella. Scala e colori come strumenti e in poche ore, sulla parete di un vecchio edificio del Borgo Vergini hanno preso vita una Madonna col bambino e un angelo. Guardano dritto negli occhi di passa di là. L’immagine colpisce, ma il senso al progetto del Collettivo FX lo dà anche una scritta in napoletano “Nu ‘mescà e fantasmi cu ll’àngiule” con la relativa traduzione in inglese”. Che bella novità per il rione Sanità che si attrezza sempre meglio per attrarre i turisti . Ora sogna ancora di archiviare definitivamente la separazione tra buoni e cattivi, ma adesso tiene a ribadire che i residenti del quartiere non sono tutti fantasmi.

My first time in Asia

Viaggiare mi riempie gli occhi. Sono molto curiosa di vedere cose nuove. Come tutti, del resto. Mi piace anche incontrare persone che non mi somigliano per niente. Mi serve per capirmi. Spesso mi arricchisco. In altri casi, mi misuro con i miei limiti che scopro numerosi, eh. Possono essere fisici, culturali o semplicemente di tolleranza e flessibilità. Di solito sopravvivo pacificamente. Sono stata in Vietnam. La mia prima volta in Asia. E la cosa che mi ha colpito di più sono state le somiglianze con Napoli. Ad Amsterdam ho notato subito le differenze. L’ho fatto nelle altre capitali europee e anche negli Stati Uniti. Nell’ex Saigon sono rimasta sconvolta, invece, dalla carenza infrastrutturale, dalle condizioni di vita della popolazione (alcuni quartieri sono paragonabili ai campi rom) e dall’inquinamento da traffico, oltremodo caotico. La modernità ha portato in strada migliaia di scooter al posto delle biciclette. Sono rimasta sconvolta. L’ho detto. E mi hanno risposto “Ma ja, vieni da Napoli e ti sorprendi della monnezza?! Vieni da Napoli e ti pare assurdo che la gente sia povera e che le strade facciano schifo?”. Battute innocenti che però mi hanno fatto riflettere… L’abitudine al brutto non dovrebbe farci chiudere gli occhi su ciò che non va, né farcelo tollerare. Sono napoletana, è vero. E oppongo resistenza anche all’assuefazione, per fortuna. Sarebbe terribile il contrario. Sarà anche che ho maturato una particolare attenzione alle emergenze sociali e ambientali avendo vissuto da vicino le vicende drammatiche dell’attivazione di tante discariche a nord di Napoli e seguito per il giornale il lungo esodo dei rom sgomberati dai campi…Esperienza che forse avrebbe dovuto fortificarmi, ma invece mi rende ancora più ricettiva sull’argomento. Il Vietnam mi è piaciuto assai. Come mi piace Napoli, eh. Sapendone cogliere la bellezza nella complessità e andando oltre i pregiudizi. Affinare questa capacità resta per me lo scopo di ogni viaggio e quella del viaggio in Vietnam (dove ero per un seminario sulla sostenibilità promosso da DEINETA in rappresentanza de Il Vagabondo) è stata particolarmente preziosa per capire molte cose e confrontarmi anche con culture diverse. Con quella locale ma anche con quelle degli altri partecipanti (quasi 40 da tanti paesi europei e asiatici).  Si viaggia per vedere, non per tenere gli occhi chiusi 🙂

Addio Rotonda Titanic, era stato il fortino del presidio antidiscarica

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Ci sono passata ieri sera e mi sono ricordata di quanto mi ci arrampicavo sopra per filmare le cariche della polizia o sfuggire alle manganellate. Nel 2009 si lottava contro l’attivazione della discarica di Chiaiano e la Rotonda diventava il palco della protesta con gli attivisti che si alternavano al megafono per coordinare i cortei e le barricate. Ora buttano giù a giusta ragione. Innanzitutto, perché era diventato un monumento al degrado e rendeva l’incrocio – strategico per i comuni di Marano, Calvizzano e Mugnano – molto pericoloso. Poi, perché, dopotutto, è finita pure quell’epoca là. Addio.

Cariche della polizia a Chiaiano

oggi è 23 e si contano 36 anni di terrore

Quando in qualsiasi parte del mondo c’è una scossa, i campani non possono che tremare al pensiero del terremoto dell’Ottanta. In Italia, in Giappone, ovunque. Ognuno ripesca in testa il proprio ricordo. E quando se ne parla tra amici, poi arriva anche la nota di calore, il piccolo aneddoto. Spesso riguarda il momento della fuga, l’abbraccio con i familiari, la reazione dei vicini, gli accampamenti in auto e i giochi di noi bambini. Qualche volta la narrazione a distanza di tanti anni è persino molto divertente. C’è poi chi ha imparato ad esplorare il mondo in bicicletta nei giorni in cui non si andava a scuola e, nello stesso tempo, ha cominciato a fare i conti con la caducità della vita. Io, per esempio. Ma come tutti noi, credo, costretti a trasferirsi in auto per qualche giorno e a gestire un’emergenza tutta nuova con la paura di perdere la casa, le proprie cose. Tutto sommato nel napoletano, la maggior parte di noi si può permettere di raccontare con leggerezza quel tempo di piccoli disagi, di preoccupazioni, di vita collettiva fuori dalle case. In Irpinia, invece, chi ne parla adesso può raccontare il dramma delle case crollate, del freddo per strada e, poi, contare gli amici e i parenti finiti sotto le macerie. Come, purtroppo, fanno adesso a Norcia dove proprio oggi si sta ancora tremando.

Il terremoto mi fa 268 volte paura

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Da Il Sole 24 Ore

Non sopporto le interviste ai geologi. A quelli che dicono “lo avevamo detto noi”. Non è colpa loro, lo so. Me la prendo con chi era stato messo sull’avviso e non ha mosso un dito. Per fortuna c’è una macchina della solidarietà che cammina. E mi piacciono i rifugiati che scavano sotto le macerie. Ma in generale, detesto quelli che chiacchierano sul dolore altrui. Mi fanno male le scene di disperazione, le storie di vita di persone normali che diventano protagoniste di un programma tv a causa di una tragedia. Quindici minuti di gloria adesso e il vuoto nero dell’abbandono poi. Sarà che mi sento a rischio. Il terremoto nell’Ottanta l’ho sentito anche io e so che non porta niente di buono. Morti, danni, povertà. Mi cresce l’ansia a pensare che si possa ripiombare in questo incubo anche qua. Napoli è ancora segnata dalla speculazione edilizia, devastata dalla ricostruzione e in pieno centro ci sono centinaia di edifici a rischio, mentre in Irpinia ci sono ancora tante, troppe ferite aperte… Che si fa? Si aspetta il turno nostro?

Era una domenica sera e stavo giocando con mia sorella in camera nostra quando mio padre ci venne a portare via. Avevamo appena avuto il tempo di notare il lampadario ballare sulle nostre teste. Furono un minuto e venti secondi di terrore e li trascorremmo tutti e quattro abbracciati, con mamma, sotto l’arco della porta d’ingresso mentre il nostro cane Baffi fuggiva giù per le scale. Nello stesso momento, a venti chilometri da casa nostra, nel quartiere di Poggioreale stava crollando un palazzo in via Stadera. Sotto le macerie rimasero cinquantadue morti, mentre in contemporanea migliaia di abitazioni in tutto il napoletano si meritarono l’etichetta di terremotate, conservata poi tristemente per anni. Per due giorni abbiamo vissuto da sfollati per la paura di essere sorpresi dalle scosse sismiche. Accampati sotto casa, abbiamo dormito in auto. Non capimmo subito la dimensione del dramma che, invece, si era consumato altrove. L’epicentro del terremoto era l’Irpinia, dove c’erano migliaia di morti e migliaia di persone senza casa. Un dramma che era difficile da raccontare. Per radio arrivavano poche notizie.

I soccorsi tardarono ad arrivare. Il Mattino titolò in prima pagina con un inchiostro nerissimo “Fate presto” e la Dc al governo insorse sostenendo che si stava facendo dell’inutile allarmismo prima di essere smentita dalle dichiarazioni del Presidente Pertini, in visita sui luoghi del disastro. Quelle due scosse sismiche di magnitudo 6.4 della scala Richter, della durata complessiva di un minuto e venti secondi, hanno segnato profondamente Napoli e la sua storia.  (Da “Io, Cirillo e Cutolo”, Ed. Cento Autori, 2009)