Sudan verso la libertà, tra attesa e speranza. Oggi il giorno decisivo

Da dicembre sono in ansia per i miei amici di Khartoum, ma anche felice che il popolo del Sudan abbia trovato il coraggio di lottare per la libertà. Gli ultimi tre sono stati giorni di gioia, poi di delusione e subito ancora di speranza. Prima l’esplosione di gioia dopo aver provocato la caduta di Omar al Bashir, al potere da 30 anni (condannato dalla Corte internazionale di Giustizia e sul quale pende un mandato di cattura per l’accusa di genocidio, che risale ai massacri del Darfur del 2003); poi la preoccupazione che il governo militare di transizione, con a capo il generale Awad Ibn Auf,  anche lui oggetto di sanzioni internazionali per il genocidio, e uomo della sicurezza vicinissimo all’ex presidente, riportasse al potere il vecchio regime.

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immagine fonte Al Jazeera

Ho raccolto voci di avvilimento, paura che questo turn over al potere avrebbe vanificato tutti gli sforzi.

La sera stessa è arrivato il primo segnale che la resistenza è ancora attiva.

Il Consiglio militare aveva ordinato il coprifuoco, ma la gente è scesa di nuovo in piazza per protestare chiedendo le dimissioni del generale Awad Ibn Auf. Risultato: si è dimesso e al suo posto è stato nominato (però da Auf, il che lascia ancora spazio all’incertezza) un uomo distante dal sistema spodestato dal popolo: Abdel Fattah Abdelrahman Buchan.

Ha già  prestato giuramento come nuovo capo del Consiglio militare di transizione davanti al capo della giustizia. La cerimonia si è svolta all’interno del complesso militare principale.

In strada la gente festeggia ma resta in allerta e i manifestanti annunciano che “il sit-in è ancora attivo e non vi è alcuna intenzione di tornare a casa fino a quando non si verificherà un vero cambiamento”. In più, chiedono di processare i responsabili dell’uccisione dei martiri. 

Insomma, si spera di non restare delusi dalle prime dichiarazioni di Buchan.  Dovrebbe esprimersi a breve.

Oggi è il giorno decisivo. 

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Napoli: più frittura meno cultura, così decolla (male) il turismo in città

area-pic-nicL’avete mai letto voi “Di questa vita menzognera” di Giuseppe Montesano? Se no, allora non avete avuto la possibilità di immaginare Napoli come è oggi già più di dieci anni fa. Lo scrittore napoletano ci fa immaginare bene “Eternapoli“: una città a misura di turista, che si avvia a diventare un parco tematico di divertimenti. Una città trasformata in albergo diffuso, con decine di bellissimi palazzi antichi sventrati e trasformati in cellette super cool per stranieri danarosi. O di bassi fatiscenti in cui avventurosi inglesi decidono di passare un weekend per vivere da vero napoletano. Oppure ex laboratori artigiani  trasformati in street food shops, interi quartieri popolari con un pulcinella in carne e ossa ad ogni angolo. Insomma, una identità ricostruita sul folclore in favore degli stranieri che cercano conferme agli stereotipi sulla napoletanità tutta pizza-sole-mandolino- monnezza e criminalità.

In pratica, la stessa società che continua a nutrire l’immaginario collettivo attraverso la serie tv Gomorra. Gli autori trovano spunto dalla realtà, i ragazzi si ispirano ai personaggi degli episodi e di conseguenza si attiva una spirale in cui tutti diventano brutti, sporchi e cattivi e poco importa quanto questi ragazzi si sentano legittimati a essere ignoranti, violenti e predatori proprio dai modelli proposti in tv. Sembrano lontani i tempi della Napoli di Bellavista.

I boss protagonisti del libro di Montesano puntano a vendere Napoli, il Golfo, il Vesuvio, vendere la vita di chi ci vive, e trasformare Napoli in una sorta di enorme parco giochi. Ci stiamo incamminando proprio in quella direzione e il trend non si bloccherà se non si interviene in tempo con politiche di tutela dell’esistente alle quali dovrebbe innanzitutto pensare il Comune. E per questo fa paura la cosiddetta gentrification. Nelle grosse metropoli è già da tempo una questione aperta. Facciamo chiarezza: tutti se la prendono con chi fitta le case su Airbnb per speculare, non per integrare il proprio reddito proprio per non doverle abbandonare. Forme innovative di resistenza politica, economica e sociale.

Per evitare che il centro diventi un luogo inaccessibile ai residenti ci sarebbe bisogno di infrastrutture e di una nuova politica di mobilità sostenibile con collegamenti efficaci e precisi per spalmare i turisti su tutti gli oltre 90 kmq della città di Napoli e non solo nei decumani. E, soprattutto, di regole che salvaguardino un tesoro che già esiste.

Il centro storico di Napoli è patrimonio dell’Unesco e prima ancora di tutti i napoletani, nativi o acquisiti che siano.

 

Il clima che cambia: i social ci aprono gli occhi sulla sostenibilità ambientale che purtroppo ancora non c’è

greta-seated-1024x768-990x510Ci siamo preoccupati solo della spazzatura per strada e abbiamo ignorato a lungo i veleni (prima sotterrati e ora bruciati) che hanno contaminato l’aria, l’acqua e la nostra terra. Pensavamo che il triangolo della morte si trovasse tra Napoli e Caserta, area in cui si registrava un picco di morti per tumore. Gli altri territori non li vedevamo.
Ancora senza social, solo dopo molti anni ci siamo affacciati verso Acerra e abbiamo scoperto una altra bomba ecologica. E altri morti.

Grazie ai post su Facebook, abbiamo seguito i fumi levarsi anche nel Vesuviano e abbiamo capito che il perimetro del degrado si stava allargando a tutta la Campania. Solo dieci anni fa è stato possibile raccontare per immagini le proteste contro le discariche e le cariche della polizia contro i cittadini. Alcuni video su YouTube sono diventati virali.

La Terra dei fuochi è diventata una emergenza nazionale, anche grazie ai servizi sulle tv nazionali che hanno raccontato le rotte dello smaltimento dei rifiuti industriali: raggiungevano anche altri terminal, non solo i nostri. Abbiamo cominciato a vedere il fenomeno nella sua complessità.

Ora Greta Thunberg ha il merito di aprirci gli occhi sui cambiamenti climatici nel MONDO e intorno a lei si stanno attivando una serie di iniziative sotto il nome di FridaysForFuture. Questa adolescente ha un grande merito. Nell’agosto 2018 ha deciso di sedersi davanti al parlamento svedese per tre settimane, per protestare contro la mancanza di reali politiche sulla questione climatica. La sua protesta ha fatto il giro del mondo grazie alle immagini pubblicate su Instagram e Twitter.

Le abbiamo viste tutti. E ora siamo qui a interrogarci sulla potenza del web, sulle ragioni della protesta. Ma soprattuto sulla necessità di stare al passo con i tempi.

Come? Non solo con i nostri profili Social ma anche per fare la nostra parte nell’attivare processi veramente ecosostenibili per l’economia e la salvaguardia della Terra. È una sola.

Greta ci ha aperto gli occhi sul mondo grazie al medium che è diventata finalmente la nostra finestra sul mondo. È un processo irreversibile oramai. Non possiamo più dormirci su!

#CLIMATESTRIKE #FridaysForFutur

Quando eravamo noi i migranti, testimonianze raccolte nella Wunderkammer napoletana

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Bonelli mostra un bidet del 1800

Museo Napoli: locandine, lettere e testimonianze di quando i napoletani erano migranti. Insomma, se volete fare un salto indietro nel tempo, la collezione Bonelli vi offre uno spaccato della Napoli che fu attraverso oltre diecimila testimonianze. Lettere, locandine, abiti e oggetti rari che vengono conservati con amore in una Wunderkammer, la cosiddetta “stanza delle meraviglie”. 

“Si tratta dell’unica raccolta antropologica mai fatta finora ed è il frutto di una passione per Napoli, sotto ogni aspetto”, dice il collezionista e storico Gaetano Bonelli. La raccolta è il frutto di giri per mercatini, aste e donazioni durante il corso di una vita e, visto che Bonelli resta ancora lontano dai 50 anni, il numero dei ventimila pezzi in catalogo potrebbe crescere ancora. Le venti aree tematiche consentirebbero di fare una mostra alla settimana: trasporti, urbanistica, igiene (con il primo bidet del 1800), commercio, spettacolo (cinema, circo, teatro) con reperti dal ‘500 alla prima metà secolo scorso, il cui corpus principale è tra gli anni ‘700-‘800. 

Bottiglie di birre e di profumi, cravatte, abiti e scarpe. Senza contare le testimonianze storiche che riguardano la mobilità e anche l’immigrazione. Locandine, lettere e testimonianze di quando erano i napoletani a partire per gli altri paesi. Anche la compagnia del Titanic salpava da Napoli agli inizi del secolo scorso.

E Bonelli espone il manifesto nello spazio dedicato a Napoli all’interno dell’immobile della Casa dello Scugnizzo, a Materdei, pochi passi fuori dalle mura del centro storico di Napoli. La collezione Bonelli ci arriva dopo oltre 10 anni di pellegrinaggio tra varie strutture e mille promesse mai concretizzate. Dallo sgabuzzino al Museo Napoli, il primo traguardo della collezione Bonelli tagliato a ottobre 2017. Da allora, la sede è diventata meta di molti turisti e di scolaresche. 

Ma come si fa a resistere ancora in Italia?

libero_pagina“Ma come fai a vivere ancora in Italia?”. L’altro giorno ho mostrato la prima pagina di Libero contro i gay a un amico che vive a Madrid e mi sono sentita chiedere questo. Uffa.

“Resisto perché per fortuna sto a Napoli, dove esiste una rete solidale molto forte e c’è un sindaco anti fascista”, ho risposto. Poi, resisto perché ho selezionato con cura i miei amici e le persone che frequento,  anche se ultimamente mi sono ritrovata a sollevare una questione di principio in un gruppo di cui avrei fatto volentieri a meno. Insomma, è dura essere forti delle proprie idee in Italia.

Non sono certo un’estremista. Mai stata. Nel senso che ho sempre tollerato molto anche chi non la pensava come me. Le polemiche inutili e con chiunque proprio non mi piacciono, sono abbastanza consapevole che oggi viviamo in un mondo che non è come quello che vorrei. Pazienza. Ma ultimamente sono diventata meno accomodante perché le questioni sono davvero tante e sempre più gravi. Insomma, la gente come me se la passa male.

Ci vediamo tra di noi per confortarci, ma siamo anche stufi di sentire come un peso questo profondo senso di frustrazione che ci sale addosso quando ci confrontiamo con chi ha perso umanità e che celebra un modo di fare che secondo me dovremmo detestare tutti. TUTTI. I forti alzano la voce da sempre, si sa. Ma prima trovavano un muro di braccia che faceva da scudo. E, invece, ora i deboli stanno zitti e se la prendono con i più deboli di loro. Questo effetto domino mi fa paura. Ci travolgerà tutti.

Trent’anni di sclerosi multipla in un libro e tanta voglia di vincere sulla malattia

 

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Firma copie nel Teatrino di Perzechella, in Vico Pallonetto a Santa Chiara, Napoli

Le persone sofferenti spesso sono arrabbiate col mondo. Tendono a chiudersi. Magari si lamentano continuamente della loro condizione.

Non funziona così per Mauro Galliano, architetto 45enne, che, invece, non solo è molto simpatico e divertente nonostante conviva da trent’anni (le prime avvisaglie della sclerosi multipla risalgono a dicembre del 1988) con una patologia invalidante, ma ha anche trovato la voglia e il coraggio di vincere sulla “bastarda” – come chiama la malattia che si mette in mezzo tra lui e la sua voglia di vivere – e mettere nero su bianco la propria strategia di sopravvivenza.

Così “Occhi di Ferrofilato”, (edizioni L’Erudita), il primo romanzo di Mauro (nel testo è Tommaso) diventa un manualetto di speranza, ma anche l’occasione per dire grazie a chi gli sta accanto. I suoi genitori, le sorelle e la sua compagna di vita Maddalena. Incrociarla per caso in ospedale quando erano entrambi adolescenti e innamorarsene è stato un tutt’uno: i suoi occhi verdi lo avevano stregato. Ora lei condivide le sue attenzioni con un cucciolo peloso nero. “Ho sempre odiato il nero – dice Mauro – Ma da quando c’è Piuma nella nostra vita, questo colore è diventato simbolo di gioia”. Piuma è un bel nome. Lo hanno scelto perché il randagio ha “reso più leggera” la loro vita.
Perché leggere Mauro? Intanto, il suo testo ha una garanzia: la prefazione di una scrittrice importante come Simonetta Agnello Hornby. E, poi, perché fare i conti con una testimonianza così forte di malattia ma raccontata con tanta ironia e autoironia, ci aiuta a ridimensionare i piccoli drammi della nostra vita di “tuttiigiorni”.
Mauro ha trovato il coraggio di riacchiapparci lungo la strada del lamento inutile e di riportarci alla necessità di guardare in faccia all’altro con un dolore vero e di sentirsi fortunati oltre che desiderosi di essere d’aiuto.

In poche parole, di essere più umani.

Trovate il libro anche a questo link

 

I Ricostruttori riaprono la Chiesa di Santa Teresa al Museo dopo anni di abbandono

220px-Napoli_-_Chiesa_di_Santa_Teresa_degli_scalziFino a pochi mesi la Chiesa di Santa Teresa degli Scalzi era poco più di una chiesa chiusa in cima ad una scalinata. Ci sarò passata davanti almeno un milione di volte in tutta la vita e spesso davanti al cancello avevo visto un gruppo di ragazzi non vedenti. Lo stesso complesso, infatti, ospita l’istituto Colosimo.

E più volte mi sono detta: “Eppure qua non ci sono mai entrata”. Non ci sono mai riuscita anche quando ci avevo provato perché poi è rimasta chiusa per anni. Mai avrei immaginato, invece, che non solo l’avrei visitata, ma che in qualche modo ne avrei avuto addirittura la chiave. Non nel senso fisico, ovviamente, ma che avrei potuto entrare dentro e gironzolare tra le panche a naso per aria ancora prima che fosse riaperta al pubblico. Un privilegio enorme. Ma il 14 dicembre non sarà più solo il mio e di pochi altri. IMG-9235Cosa è successo? Da Ottobre scorso, la chiesa seicentesca è stata affidata ai Ricostruttori, il gruppo di religiosi col quale ho imparato a fare meditazione.

Sono delle persone molto belle. Ho incontrato Giorgio ormai tre anni fa e sono felice di aver abbandonato pregiudizi e ritrosie davanti al suo sorriso. Lo stesso bello di Chiara e Michele che vivono a Napoli assieme a Emilia e Alessandro. A casa loro (prima vivevano ai Ponti Rossi, ora nell’ex convento di Santa Teresa) ho incontrato tante persone eccezionali e soprattutto sono diventati il mio rifugio, il mio luogo di pace e quiete che secondo me vive in ognuno di noi.

Insomma, il 14 dicembre, alle 18.30, la Chiesa verrà riaperta con un evento eccezionale: messa concelebrata dai Carmelitani e dai Ricostruttori; poi, concerto de “Coro e solisti del Conservatorio San Pietro a Majella” (direzione di Antonio Berardo, al piano Pasquale Cardenia), grazie al direttore Carmine Santaniello che ha saputo accogliere il nostro invito e al prof Noviello che ha organizzato ogni cosa.

Insomma, venite!