L’amore ribaltato ed epico dei giorni nostri

FullSizeRender“Chi – cazzo- è -Calipso?”. Lo urla a teatro la gelosa Penelope ad Ulisse, l’eroe, e lui, il mitico protagonista dell’Odissea, quello che ha sconfitto i mostri e navigato per vent’anni prima di ritornare a casa propria, lui che riconosce di amare solo Penelope ma non esita a restare sette anni a fare sesso con la dea Calipso, reagisce come un uomo qualsiasi. Tergiversa, minimizza, la butta sul ridere.

E Penelope soffre, si arrabbia, lo accusa di aver trascurato il figlio Telemaco, e che adesso, finanche al rientro, la vede e l’abbraccia ma non è capace di “incontrarla”. Perché? Perché resta concentrato sulle propria gesta e non riconosce il lavoro di “resistenza” della sua donna.

È la storia senza tempo dell’enorme difetto di comunicazione tra uomini e donne.
È un fatto fisiologico. Siamo diversi.
E il moltiplicarsi di generi e di desideri non ha fatto che complicare le relazioni a due.

DuePenelopeUlisse ci mostra un nuovo punto di vista.

Non avevo mai sentito la voce di Penelope, la sapevo, come tutti, intenta a tessere una tela per resistere agli attacchi dei Proci in attesa del ritorno del suo eroe.
Questo spettacolo le restituisce voce, ci fa soffrire con lei, ridere di lui, ridere di entrambi. Poi, riflettere.
Le relazioni al tempo d’oggi cambiano. E si capovolgono. Qualche volta, eh.
E sulla scena del Piccolo Bellini (Ci saranno fino al 5 novembre, andateci), nello scambio d’abito da sposi e nella pantomima di un amplesso a parti invertite, Penelope e Ulisse si ritrovano a fare i conti con le stesse dinamiche di forza ma indossando un vestito diverso.
Quello dell’altro, cioè. Non frutto di un puntuale e perfetto ribaltamento dei ruoli maschio/ femmina, ma secondo me di una più probabile e libera interpretazione dei tempi complessi e caotici che viviamo adesso.

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Dieci anni di Alta Velocità. Il mio esordio fu questo

“Corri, corri, altrimenti perdi il treno dell’alta velocità”. Sosta selvaggia davanti alla stazione, poi la signora fa lo slalom tra i carrelli e i turisti, tenendo per mano il figlio adolescente, alto quasi due metri. Core di mamma deve andare a Firenze e la donna col pinocchietto di jeans si è convinta a lasciarlo andare in vacanza da solo per la prima volta. Arriva trafelata al binario 16 di Napoli centrale, davanti a lei l’Eurostar Italia av 9432, delle 7.48. Sale sulla carrozza 11 e si assicura soddisfatta che il pupo non viaggerà in direzione contraria al senso di marcia, ma mentre si attarda per le solite raccomandazioni, il treno parte, silenzioso e puntuale. A nulla serve la corsa verso l’uscita e le urla di sgomento. Il controllore non si impietosisce nemmeno alla prospettiva che il carro attrezzi rimuoverà forzatamente l’auto sul piazzale della stazione: multa e rimbrotto, la signora dovrà rimanere a bordo, suo malgrado fino a Roma Termini. Arrivo previsto, ore 9.15. Un bell’inizio di giornata, in pratica. Tra Formia e Latina, l’eurostar si ferma sotto una pioggerellina seccante con un sobbalzo di luce. Calo di tensione, annunciato un ritardo di 15 minuti. “E menomale che è un treno veloce”, si sussurra a bordo. Il quarto d’ora prospettato passa in un battibaleno e, dopo le accese proteste di chi aveva investito non poco in moneta sonante (33 euro per la tratta Napoli Roma) per guadagnare tempo, arriva un altro eurostar in soccorso dei passeggeri. Si affianca, un portellone viene aperto e gli operatori delle ferrovie cominciano ad armeggiare con una passerella per facilitare il trasbordo. Nel frattempo è tutto un coro di trilli e racconti della disavventura al cellulare riservati ad amici e parenti. Una coppia di Caserta avvisa dell’intoppo il figlio emigrato a Ravenna, un impiegato di Napoli deve riprendere servizio a Firenze dopo le vacanze, una nonna di Gragnano accompagna a Milano la nipote che è stata sua ospite per ferragosto. Una volta pronta la passerella, si passa nell’altro treno, dove le proteste dei passeggeri dell’eurostar bloccato si sommano a quelle dei loro colleghi costretti al salvataggio, insieme con gli altri fermi in stazione costretti al ritardo perché i due treni bloccano tutta la linea. Intanto, la madre amorevole bestemmia e accusa il figlio di averle rovinato la giornata. La visione numerologica della vita accomuna qualche crocchio e vengono fuori pure le cifre per il lotto. Poi, anche grazie alla prontezza di spirito del personale di bordo, si risolve tutto in una risata alla volta di Roma. Unica consolazione: il rimborso del 50 per cento del costo del biglietto (richiesta da presentare entro 30 giorni su apposito modulo). La tragedia si consuma, invece, per l’adolescente: la mamma ha deciso che non lo accompagnerà al binario 9 di Roma Termini dove per gli altri continuerà la “corsa” verso Milano. A lui la malasorte riserva un ritorno a Napoli, con un più sicuro intercity. E addio vacanze senza mammà: “Menomale che sono rimasta bloccata con te, lo avevo detto io che non dovevi partire”.

Mi ritornano in mente Nunzia e Vincenzo. I loro kiwi sono rinati un poco più in là…

IMG00229Era settembre del 2009. Nunzia resta in prima linea, è una donna determinata. Questa storia divenne un pezzo per Il Mattino, una delle denunce del mio documentario sulla Terra dei Fuochi. Ed è finito anche nel mio saggio pubblicato in Carta Straccia. 

GIUGLIANO. Terreni inquinati, niente causa risarcimento: la perizia costa troppo. «Rinunciamo con dolore, ma dimostrare le nostre ragioni contro i colossi, è impossibile». Lo dice a nome della sua famiglia Vincenzo Cacciapuoti, 70 anni, agricoltore, sfiancato dalla lunga vertenza legale che lo mette contro la Fibe Spa dal 2003, in una causa di richiesta dei danni, avviata in seguito all’essiccazione della sua piantagione di kiwi, a trecento metri da una cava in cui viene smaltita la Fos, nella zona di Tre Ponti- dove si concentrano numerose altre discariche – a ridosso dell’Asi. I contadini sostengono che i danni alla piccola azienda agricola, stimati in 400 mila euro a cui si aggiunge il mancato guadagno di sei anni – sarebbero stati causati dalla presenza di gas nel sottosuolo legata alla presunta cattiva gestione degli impianti di smaltimento dei rifiuti- testimoniata anche dallo scoppio di un pozzo artesiano. Entro novembre, la famiglia Cacciapuoti avrebbe dovuto portare in giudizio – davanti ai giudici della sezione distaccata a Marano del Tribunale di Napoli – la prova della relazione «causa-effetto», ma la perizia di parte ha un costo insostenibile: oltre 40 mila euro per carotaggi e indagini chimiche e geologiche. Così, dopo aver investito già quindicimila euro per altre perizie, a fronte di un risultato incerto, i Cacciapuoti non se la sono sentita di andare avanti. «Non ci hanno sostenuto nemmeno le associazioni di categoria», dicono. Oltre il danno anche la beffa, insomma. Tutt’intorno, altre coltivazioni hanno seguito la stessa sorte e proprio per questo nessun altro ha intrapreso una battaglia legale. Ora il loro terreno – sul quale ci sono ancora le piantine morte – è improduttivo e potrebbe essere venduto. «Mio marito ha deciso che a gennaio proverà a piantare di nuovo i kiwi. E finchè possiamo, resistiamo- dice Nunzia Pollastro, insegnante di 57 anni-. Anni fa ho scritto all’allora ministro Pecoraro Scanio per denunciare che i terreni dismessi sarebbero finiti in mano alla criminalità, ma nessuno mi ha ascoltato. Questo territorio viene devastato nell’indifferenza generale». Il dolore per la scoperta dei danni alle seicento piante di kiwi, si rinnova ora con la rinuncia. Tanta l’amarezza. «Adesso non ci sentiamo più capaci di progettare il futuro dei nostri figli in questo territorio, dove ci sono le nostre radici e il lavoro dei nostri genitori», continua Nunzia. I quattro figli della coppia vivono tutti lontano da Giugliano e non hanno intenzione di tornare a stabilirsi in zona. «Come condannare la loro scelta, visto che la nostra è diventata una terra di veleni?», riflettono i signori Cacciapuoti.
Tonia Limatola daIl Mattino del 13/09/09

A Giugliano non vogliono i rom, ma si tengono la monnezza senza protestare

Sull’iter del referendum richiesto da oltre 5 mila cittadini dovrà decidere il Consiglio di Stato. Dopo la sentenza del TAR che ha dato ragione al comitato promotore, l’amministrazione comunale ha deciso di impugnare la decisione per andare avanti nel progetto di dare una sistemazione dignitosa ai 350 rom che, in seguito allo sgombero da Masseria del Pozzo, vivono in condizioni estreme al confine col Comune di Qualiano. Fondi stanziati da Regione e Ministero dell’Interno e terreno del Comune sono già disponibili. La scelta di realizzare un nuovo campo in sostituzione di quello sgomberato perché ritenuto insalubre sarebbe impopolare per un’amministrazione di qualsiasi colore politico, ma per Giugliano la situazione è incandescente. La città si trova ad ospitare numerose discariche, autorizzate e non, c’è un progetto per un nuovo impianto di smaltimento e in più ampie fette di territorio sono state devastata dalla speculazione edilizia. Senza contare che i tagli al welfare hanno fatto salire la rabbia delle altre famiglie indigenti e che i roghi di rifiuti a ridosso degli insediamenti rom non aiutano la convivenza.

Insomma, i cittadini sono molto provati ed è in questo clima di tensione sociale che si svolge il feroce braccio di ferro tra schieramenti politici.

Ma la battaglia contro la monnezza? Dell’ipotesi di nuovo impianto si sa da un anno e nel frattempo ad indire un referendum per consentire ai cittadini di scegliere di che morte morire non è venuto in mente a nessuno. È una provocazione, sia chiaro, eh. Altrove (e lo dimostra quello lombardo-veneto) il referendum funziona perché c’è una coscienza civile. Da noi… Bah.

Intanto, alziamo muri per i rom ma facciamo passare la monnezza.

Ma quale amore…al Nuovo Teatro Sanità

parrella donadioÈ terribile scorgere negli occhi del partner i primi segni di disamore. Lo sguardo sfuggente che non fa più calore, il sorriso affettuoso da cui non traspare più passione. Non perché abbiamo tradito o sbagliato qualcosa, ma semplicemente perché non siamo più amati.

Gli occhi sorridono ma non ardono più. Averne contezza è devastante.

E tanto è più terribile quanto noi siamo ancora profondamente legati e bisognosi di quegli sguardi per guardare avanti con serenità. E non mi dite che noi abbiamo valore a prescindere, che dobbiamo abituarci all’amore che finisce, che si evolve, che stare assieme non è sempre un vortice di risate e corse sotto le lenzuola.

No, no perchè non mi riferisco all’amore quieto che arriva dopo anni di tormento e passione. Parlo proprio del disamore. Di quando ci sentiamo vicini all’abbandono. Di quando il nostro partner guarda oltre, quando il suo sguardo ci attraversa perché siamo diventati trasparenti.

Con questa sofferenza abbiamo fatto i conti tutti. La interpreta bene Cristina Donadio (accompagnata dal pianista Gregorio Calculli) che legge “Ma quale amore “ di Valeria Parrella, la quale si commuove assieme a noi tra il pubblico, tutti seduti sulle tavole del Nuovo Teatro Sanità (che solo questo volo sul palco basterebbe a incantare gli spettatori). L’occasione è il primo degli incontri in calendario per la rassegna Racconti d’inverno, progetto ideato da Carlo Caracciolo.

Come è brutto avere davanti a sè il fantasma dell’uomo che ti sollevava di peso e ti faceva volare come una bambulella, che ti riempiva la giornata di pensieri e sorprese, trascinandoti in una vertigine continua. E poi all’improvviso il sospetto che riservi ad altre il suo interesse, la propria curiosità, le stesse attenzioni. E la necessità di trovare una scusa di lavoro per fare un lungo viaggio assieme per poi scoprire che, una volta a destinazione, come racconta la Parrella, ha fretta e ansia di far sapere a un’altra di essere arrivato sano e salvo a Buenos Aires.

Una scoperta, quella di non essere più l’unica, che lascia il segno e apre possibili scenari. Prima che me ne accorgessi scriveva solo a me? Amava solo me? Chissà.

Ma quale amore… poi.

Cirillo amò le donne come Berlusconi

Liberato dalle Br, era stato dimesso dalla politica. Cirillo nel 1981 si era ritirato a vita privata. Solo nel 2009 si era fatto convincere da Granata a partecipare al giro di presentazioni del mio libro sotto forma di intervista sulla storia del suo sequestro “Io, Cirillo e Cutolo”, edito da Cento Autori, dove l’io narrante era appunto Giuliano Granata, suo strettissimo collaboratore. Quando Granata, ex sindaco di Giugliano (anche lui scomparso), decise di raccontarmi alcuni dettagli della vicenda del sequestro, Cirillo seguì con attenzione i progressi del nostro lavoro. So che si sentivano spesso al telefono, forse si confrontavano sulla verità da svelare. Cirillo ne volle leggere la bozza e decise di apportare delle correzioni, minime, per non offendere il figlio quando si parlava del suo intervento per la liberazione. Una roba sentimentale, insomma. Segno che sul resto, erano d’accordo. Mentre raccoglievo le sue dichiarazioni, Gava morì e Granata cominciò ad ammettere che l’uomo dell’anello della Dc era a conoscenza della trattativa. Per salvare Cirillo dalle Br, nel 1981 Granata andò nel carcere di Ascoli Piceno a chiedere aiuto a Cutolo assieme a due camorristi e agenti dei servizi segreti. A margine dell’intervista racconto anche gli incontri privati tra Cirillo e Granata e del loro rammarico di essere stati “dimessi dalla politica”. Cirillo non mancò alla prima presentazione del libro avvenuta nel marzo del 2009 presso l’Emeroteca Tucci, a Napoli. Nell’occasione, ritrovandosi in piazza Matteotti, a pochi passi dal palazzo dell’allora sede della Provincia, di cui Cirillo era stato presidente e Granata suo braccio destro, i due ricordarono anche i vecchi tempi. Quando la politica era il loro pane quotidiano. Si vantavano di aver preceduto Berlusconi nelle storie con le donne e di aver creato il premio Totò da assegnare alle giovani attrici proprio per sedurle. Lo dissero a me sapendo che, per cultura e ideologia, sarei rimasta contrariata. Due vecchietti burloni, in pratica. Durante l’incontro con la stampa, Cirillo ricordò gli ultimi momenti dei poliziotti uccisi e rivelò che nel mirino dei brigatisti c’era anche la moglie. Partecipò anche a quelle successive, che si svolsero a Vico Equense e Torre del Greco. Non voleva dare l’idea di un uomo sconfitto: «Che volete, uno che ha perso dei parenti sotto i bombardamenti, che è stato prigioniero nel campo di concentramento – disse Cirillo ai giornalisti – deve intendere la vita come una missione, compreso l’impegno politico». Ma la verità del perché di quella vita fuori dai riflettori non la conosceremo mai. È facile immaginare che il silenzio possa essere stato d’oro. E forse per questo, chissà, che Pomicino oggi dice che Cirillo “merita rispetto e riconoscenza”.tonia cirillo granata axidie

Basta città dei morti. Puzzano e sottraggono spazio ai giardini

I cimiteri sono città di sette piani, con o senza ascensore, che occupano spazi che dovrebbero essere destinati alla vita. Dovrebbero diventare dei giardini curati e animati per farci giocare i bimbi e fare felici i nonni e gli innamorati. Io preferirei essere ricordata davacimiteri_450.jpgnti a un roseto piuttosto che davanti a una lapide con la mia fotarella in bianco e nero con l’espressione vagamente affranta. Voi, no?

Non preferireste diventare un concime organico piuttosto che accozzaglia di ossa?

I cimiteri avevano un senso un tempo, quando erano l’unico sistema per coltivare la memoria dei propri cari defunti. Quando si doveva ostentare una cappella di famiglia. Fare mondanità nei giorni dei morti e nelle feste. Quando si avvertiva un obbligo a cui assolvere e da trasmettere ai propri eredi per evitare di essere dimenticati poi… Ora questo sistema è inadeguato, non è più sufficiente. C’è grossa crisi. Il digitale ha trovato un altro modo per ricordare i morti. Insomma, le città dei morti sono brutte, vecchie e puzzolenti. Con questo caldo, poi… i fiori marciscono velocemente e andare al cimitero a cercare sollievo non è un gran bell’affare. È solo l’affare della criminalità…e allora… Basta, facciamone giardini attrezzati per chiacchierare e pensare alla salute!