Basta città dei morti. Puzzano e sottraggono spazio ai giardini

I cimiteri sono città di sette piani, con o senza ascensore, che occupano spazi che dovrebbero essere destinati alla vita. Dovrebbero diventare dei giardini curati e animati per farci giocare i bimbi e fare felici i nonni e gli innamorati. Io preferirei essere ricordata davacimiteri_450.jpgnti a un roseto piuttosto che davanti a una lapide con la mia fotarella in bianco e nero con l’espressione vagamente affranta. Voi, no?

Non preferireste diventare un concime organico piuttosto che accozzaglia di ossa?

I cimiteri avevano un senso un tempo, quando erano l’unico sistema per coltivare la memoria dei propri cari defunti. Quando si doveva ostentare una cappella di famiglia. Fare mondanità nei giorni dei morti e nelle feste. Quando si avvertiva un obbligo a cui assolvere e da trasmettere ai propri eredi per evitare di essere dimenticati poi… Ora questo sistema è inadeguato, non è più sufficiente. C’è grossa crisi. Il digitale ha trovato un altro modo per ricordare i morti. Insomma, le città dei morti sono brutte, vecchie e puzzolenti. Con questo caldo, poi… i fiori marciscono velocemente e andare al cimitero a cercare sollievo non è un gran bell’affare. È solo l’affare della criminalità…e allora… Basta, facciamone giardini attrezzati per chiacchierare e pensare alla salute!

 

My first time in Asia

Viaggiare mi riempie gli occhi. Sono molto curiosa di vedere cose nuove. Come tutti, del resto. Mi piace anche incontrare persone che non mi somigliano per niente. Mi serve per capirmi. Spesso mi arricchisco. In altri casi, mi misuro con i miei limiti che scopro numerosi, eh. Possono essere fisici, culturali o semplicemente di tolleranza e flessibilità. Di solito sopravvivo pacificamente. Sono stata in Vietnam. La mia prima volta in Asia. E la cosa che mi ha colpito di più sono state le somiglianze con Napoli. Ad Amsterdam ho notato subito le differenze. L’ho fatto nelle altre capitali europee e anche negli Stati Uniti. Nell’ex Saigon sono rimasta sconvolta, invece, dalla carenza infrastrutturale, dalle condizioni di vita della popolazione (alcuni quartieri sono paragonabili ai campi rom) e dall’inquinamento da traffico, oltremodo caotico. La modernità ha portato in strada migliaia di scooter al posto delle biciclette. Sono rimasta sconvolta. L’ho detto. E mi hanno risposto “Ma ja, vieni da Napoli e ti sorprendi della monnezza?! Vieni da Napoli e ti pare assurdo che la gente sia povera e che le strade facciano schifo?”. Battute innocenti che però mi hanno fatto riflettere… L’abitudine al brutto non dovrebbe farci chiudere gli occhi su ciò che non va, né farcelo tollerare. Sono napoletana, è vero. E oppongo resistenza anche all’assuefazione, per fortuna. Sarebbe terribile il contrario. Sarà anche che ho maturato una particolare attenzione alle emergenze sociali e ambientali avendo vissuto da vicino le vicende drammatiche dell’attivazione di tante discariche a nord di Napoli e seguito per il giornale il lungo esodo dei rom sgomberati dai campi…Esperienza che forse avrebbe dovuto fortificarmi, ma invece mi rende ancora più ricettiva sull’argomento. Il Vietnam mi è piaciuto assai. Come mi piace Napoli, eh. Sapendone cogliere la bellezza nella complessità e andando oltre i pregiudizi. Affinare questa capacità resta per me lo scopo di ogni viaggio e quella del viaggio in Vietnam (dove ero per un seminario sulla sostenibilità promosso da DEINETA in rappresentanza de Il Vagabondo) è stata particolarmente preziosa per capire molte cose e confrontarmi anche con culture diverse. Con quella locale ma anche con quelle degli altri partecipanti (quasi 40 da tanti paesi europei e asiatici).  Si viaggia per vedere, non per tenere gli occhi chiusi 🙂

Il terremoto mi fa 268 volte paura

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Da Il Sole 24 Ore

Non sopporto le interviste ai geologi. A quelli che dicono “lo avevamo detto noi”. Non è colpa loro, lo so. Me la prendo con chi era stato messo sull’avviso e non ha mosso un dito. Per fortuna c’è una macchina della solidarietà che cammina. E mi piacciono i rifugiati che scavano sotto le macerie. Ma in generale, detesto quelli che chiacchierano sul dolore altrui. Mi fanno male le scene di disperazione, le storie di vita di persone normali che diventano protagoniste di un programma tv a causa di una tragedia. Quindici minuti di gloria adesso e il vuoto nero dell’abbandono poi. Sarà che mi sento a rischio. Il terremoto nell’Ottanta l’ho sentito anche io e so che non porta niente di buono. Morti, danni, povertà. Mi cresce l’ansia a pensare che si possa ripiombare in questo incubo anche qua. Napoli è ancora segnata dalla speculazione edilizia, devastata dalla ricostruzione e in pieno centro ci sono centinaia di edifici a rischio, mentre in Irpinia ci sono ancora tante, troppe ferite aperte… Che si fa? Si aspetta il turno nostro?

Era una domenica sera e stavo giocando con mia sorella in camera nostra quando mio padre ci venne a portare via. Avevamo appena avuto il tempo di notare il lampadario ballare sulle nostre teste. Furono un minuto e venti secondi di terrore e li trascorremmo tutti e quattro abbracciati, con mamma, sotto l’arco della porta d’ingresso mentre il nostro cane Baffi fuggiva giù per le scale. Nello stesso momento, a venti chilometri da casa nostra, nel quartiere di Poggioreale stava crollando un palazzo in via Stadera. Sotto le macerie rimasero cinquantadue morti, mentre in contemporanea migliaia di abitazioni in tutto il napoletano si meritarono l’etichetta di terremotate, conservata poi tristemente per anni. Per due giorni abbiamo vissuto da sfollati per la paura di essere sorpresi dalle scosse sismiche. Accampati sotto casa, abbiamo dormito in auto. Non capimmo subito la dimensione del dramma che, invece, si era consumato altrove. L’epicentro del terremoto era l’Irpinia, dove c’erano migliaia di morti e migliaia di persone senza casa. Un dramma che era difficile da raccontare. Per radio arrivavano poche notizie.

I soccorsi tardarono ad arrivare. Il Mattino titolò in prima pagina con un inchiostro nerissimo “Fate presto” e la Dc al governo insorse sostenendo che si stava facendo dell’inutile allarmismo prima di essere smentita dalle dichiarazioni del Presidente Pertini, in visita sui luoghi del disastro. Quelle due scosse sismiche di magnitudo 6.4 della scala Richter, della durata complessiva di un minuto e venti secondi, hanno segnato profondamente Napoli e la sua storia.  (Da “Io, Cirillo e Cutolo”, Ed. Cento Autori, 2009)

Il viaggio della speranza delle ecoballe di Giugliano

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Non le vogliono manco i fratelli poveri del Marocco le nostre balle di monnezza. Forse non se le prenderanno manco i nostri fratelli altrettanto poveri dell’est europeo. Ce ne vogliamo sbarazzare ma non sappiamo dove piazzarle. La Regione Campania ha deciso per una politica “aggressive” del fare. “Altrimenti non si parte mai”, dicono negli ambienti vicini al governatore. Ma facendo facendo, che è cosa buona e giusta, bisognerebbe stare attenti a non perdersi pezzi fondamentali di quei percorsi necessari al corretto funzionamento di quel circuito che si tenta faticosamente di attivare. Insomma, se spostiamo 2500 tonnellate di ecoballe poi un posto certo (con un accordo certo) dove metterle lo dobbiamo trovare o no? O le facciamo solo viaggiare queste eco balle? Che già non sono eco e che tra un po’ diventeranno ballerine…

I marocchini dicono NO

Liste irregolari: lo scandalo degli improvvisati della politica

1699956-26080605Saltano 13 liste e, quindi, un esercito di candidati ma non teste. Succede a Napoli, ma è successo anche a Roma e Milano. Da noi forse ci scapperà qualche ramanzina. Ma poi la responsabilità dell’ecatombe verrà spalmata su tanti: su chi non ha raccolto correttamente le firme, su chi ha dimenticato di collegare i presidenti delle municipalità alle liste, e su chi è arrivato tardi all’ufficio elettorale per la consegna. Qualcuno racconta anche che la presentazione di alcune liste è stata boicottata dall’interno dello stesso partito di appartenenza perché c’erano correnti che… Fatto sta che al momento della presentazione si registra sempre un certo caos. In tutti i Comuni, da sempre. Ma Napoli registra un vero e proprio record di anomalie e irregolarità.

Stamattina è arrivata l’ufficialità: 13 liste bocciate (tra cui anche la lista del vicesindaco Raffaele Del Giudice a sostegno di De Magistris, ma restano fuori anche alcune per la coalizione di Lettieri e alcune per il PD) e 3 candidati sindaco lasciati allo start. Insomma, i lavori della commissione elettorale mandamentale sulle liste presentate sabato scorso per la corsa a sindaco di Napoli hanno avuto un esito sconcertante: in totale sono stati esclusi dalla corsa al Consiglio comunale 478 candidati (portando il numero a 1290) mentre i candidati sindaco restano nove.

Lo sconcerto è naturale. Ma anche il sorrisino beffardo. E al bar viene facile chiedersi: se non sono in grado di nemmeno di presentare correttamente le liste ma come vogliono governare? Quando si parla della necessità di una nuova classe dirigente si dovrebbe pensare anche a tecnici esperti della presentazione delle liste. Magari alla produzione di un manualetto ad hoc da rimandare a memoria. Insomma, mettersi in corsa per il Comune di Napoli e le municipalità richiede non poco impegno. E soprattutto competenza, direi. Questo devono fare, ma che ce vo’?

Intanto, mo’ la competenza più gettonata è quella degli amministrativisti interpellati per i ricorsi.

Andando a zonzo per murales a Napoli

unnamedHa arrevotato il quartiere Francisco Bosoletti, giovane artista argentino di street art, con le ragazze della Sanità che hanno fatto a gara per invitarlo a uscire. “Se lo mangiavano con gli occhi”, dice il pescivendolo che apre la saracinesca proprio di fronte al gigantesco disegno che campeggia sulle mura della basilica di Santa Maria della Sanità. In pantaloncini e cuffiette nelle orecchie, Bosoletti saliva sulla gru portare a termine il suo bellissimo “Resis-tiamo”. E lo ammirano anche i turisti che si affacciano dal ponte della Sanità scarpinando verso il museo di Capodimonte. “Ma prendete l’ascensore e scendete giù, da vicino è ancora più bello”, dice Assunta, 76 anni, a tutti quelli che sorprende a fotografare in giù. unnamed-1Assieme al murale realizzato dall’artista Tono Cruz proprio di fronte alla chiesa con i volti dei bambini del rione (nella foto qui sopra), Resis-tiamo fa parte del progetto Luce promosso dall’associazione “Il fazzoletto di perle”. Resis-tiamo è il primo murale in Italia realizzato su di una chiesa. I due giovani raffigurati stretti in un abbraccio, rappresentano due napoletani che hanno affrontato e vinto la malattia grazie al loro amore. A Napoli Bosoletti ha realizzato “La donna del Giardino”, “Le ombre di Napoli” e “Parthenope” nel quartiere Materdei. All’ingresso di Forcella da via Duomo c’è un altro grande murale che raffigura San Gennaro, realizzato da Jorit, street artist italo-olandese molto apprezzato anche negli Stati Uniti. Mentre lo street artist Blu ha disegnato un internato sulla facciata dell’ex Opg occupato di via Imbriani.unnamed-2

38 anni dalla morte di Moro


Dalle ore 9, del 16 marzo 1978, per cinquantacinque giorni Aldo Moro rimase nelle mani delle Brigate Rosse fino al 9 maggio in cui il corpo del presidente della DC venne ritrovato a Roma all’interno di una Renault 4 rossa in via Caetani. Il giorno della strage di via Fani (vennero uccise 5 guardie del corpo di Moro) La Repubblica usciva con questo titolo “Antelope Cobbler? Semplicissimo è Aldo Moro presidente della DC”.  Riportarono articoli sullo scandalo Lockheed, anche La StampaIl Giornale e il Corriere della Sera.

Ma chi era Antelope Cobbler? Lo scandalo Lockheed risale agli anni ‘ 70. La vicenda delle tangenti pagate dall’ industria aeronautica a politici e militari per favorire gli acquisti all’ estero dei suoi velivoli portò a veri e propri terremoti in Germania, Olanda e Giappone, oltre che in Italia, dove furono coinvolti l’allora ministro della difesa Mario Tanassi e addirittura il presidente della Repubblica Giovanni Leone, costretto alle dimissioni ma scagionato nei decenni successivi dall’accusa di essere lui Antelope Cobbler. Solo molti anni dopo si scoprì che con questo termine in codice gli americani non indicavano una persona in particolare ma tutto un sistema di potere italiano.

Il ministro dell’Interno Francesco Cossiga alle ore 10.45 presiede al Viminale la prima riunione del Comitato tecnico-politico-operativo e viene creato un Comitato per la gestione della crisi costituito da un piccolo gruppo di esperti e alle 12 vengono diffuse le schede segnaletiche di 16 presunti terroristi ricercati. Il 19 marzo viene pubblicata la prima foto di Moro. Il 21 marzo vengono varate al governo, con l’appoggio di tutti i partiti della maggioranza, le leggi di emergenza per fronteggiare il fenomeno terroristico: d’ora in poi per le intercettazioni telefoniche basterà l’autorizzazione orale del magistrato: viene istituito il fermo di identificazione; arresto provvisorio per chi è sospettato di preparare delitti; ammesso l’interrogatorio in questura senza la presenza dell’avvocato; modificato il segreto istruttorio e la figura del giudice naturale per creare una banca delle notizie. I brigatisti sotto processo a Torino rivendicano il sequestro Moro. Il presidente Barbaro della Corte di Assise di Torino respinge l’ordine del ministero dell’Interno che vieta alla stampa e alla TV di entrare nell’aula del processo. La verità non è ancora nota. In rete circolano le ipotesi più diverse. Ancora più misterioso resta l’epilogo del sequestro Cirillo.

Due anni dopo, nell’aprile del 1981 le BR sequestrarono l’allora assessore della Regione Campania Ciro Cirillo (anche lui esponente Dc) ritenuto, pare a torto, responsabile della gestione dei fondi per la ricostruzione post terremoto che aveva fatto molti morti e danni alle case in alta Irpinia e anche a Napoli. Dopo 89 giorni, il politico venne liberato grazie all’intercessione del boss Raffaele Cutolo (una lunga trattativa che portò anche al pagamento di un riscatto), al quale si erano rivolti i servizi segreti, facendosi aiutare dal braccio destro di Cirillo, l’allora sindaco di Giugliano – Giuliano Granata- che si recò in carcere da lui assieme a due camorristi della sua città di origine.

Ho provato a scriverne nel mio libro intervista edito da Cento Autori “Io, Cirillo e Cutolo” ma non è ancora chiaro come mai per Moro lo Stato decise per la linea ferma, mentre si arrivò addirittura a scendere a patti con la criminalità organizzata pur di salvare Cirillo.