Non c’è più speranza, ci resta solo giocare d’azzardo

25358678_10214799736616379_5242484672137677747_oHa gli occhialini neri e una giacca scura. Esce a sorpresa da un corner per le scommesse e va al bar Mexico a prendersi un caffè prima di rientrare in ufficio. L’ho incrociato mentre usciva col giornale sotto braccio e fatto un pezzo di strada assieme a lui, osservandolo. Il caso solo ha voluto che fossimo diretti nello stesso posto. Non avrei mai detto che uno così – distinto e, a sentire la pulizia del linguaggio mentre ordinava un espresso, anche istruito – potesse essere un giocatore d’azzardo. Allo stesso modo, ero rimasta stupita la prima volta che avevo visto, ormai un bel po’ di anni fa, delle casalinghe in pantofole incantate davanti al monitor del 10elotto in un tabaccaio.
Le abitudini delle persone cambiano a seconda del tempo che vivono. E anche le città cambiano aspetto a seconda dei tempi che subiscono. Il centro storico di Napoli, per esempio, è diventato un parco giochi. I vecchi negozietti hanno ceduto posto ai locali dello street food più selvaggio, così come una volta i cinema erano stati occupati dai supermercati o dai bingo. Ora i bingo vengono superati per numero dai corner per le scommesse. Ecco. E così non mi stupisce la notizia fresca fresca di giornata riportata anche sul web da Il Mattino che la Campania detiene il record per il gioco d’azzardo.

Nel 2016 sono stati puntati dieci miliardi. Solo per otto miliardi le vincite. In pratica, sono due i miliardi investiti a vuoto. La capitale dell’azzardo campano è Napoli: cinque i miliardi spesi in un solo anno. I numeri forniti dai Monopoli sono sbalorditivi: ogni campano ha puntato sull’azzardo 1700 euro nel 2016, cioè 4600 per ogni famiglia.
A Napoli perde terreno il lotto, al quale si preferiscono l’azzardo on line, le slot, le scommesse sportive e le videolotterie.

Altro che tombolella di piazza Municipio, qua la posta in gioco si fa sempre più alta. Peccato che a rimetterci le penne sono quelli che sperano di riscattarsi da una vita grama con l’azzardo. E non grazie alla politica di chi ci governa.

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Addio ecoballe, ci pensa mago Zurlì

È chiaramente una provocazione. Ma certo una bacchetta magica ci vorrebbe per far sparire oltre due milioni di balle di rifiuti accatastate a Taverna del Re, sul territorio di Giugliano. Dovranno sparire assieme agli altri due milioni di rifiuti (sempre sotto forma di cubi magici del peso di una tonnellata ognuno), depositati a Villa Literno, proprio al confine con Giugliano. Quell’area – che segue la linea della Circumvallazione esterna in direzione di Lago Patria e del mare – è la più grande pattumiera d’Italia. A cielo aperto. E si trova a due passi da altre due mega discariche: l’ex Resit e la discarica consortile Tre Ponti Masseria del Pozzo.
Le immagini delle balle di rifiuti accanto ai pescheti di Taverna del Re hanno fatto il giro del mondo. Ora il piano regionale (frutto di diverse modifiche) per liberare l’area dalle piramidi di monnezza.
Quale è la novità? Sparisce il termovalorizzatore, arriva l’impianto di selezione meccanica. Insomma, le balle di rifiuti dovranno sparire dalla nostra vista grazie alla realizzazione di un nuovo impianto proposto dalla Regione, che dovrebbe essere realizzato nell’ex centrale turbogas dell’Enel, a Ponte Riccio. ecoballe strappateIn pratica, nella stessa zona in cui si trova lo Stir, impianto che tritovaglia i rifiuti urbani e che in un primo momento avrebbe dovuto provvedere alla stessa lavorazione per le balle. Poi, è stato deciso che non andava ingolfato e che era necessario un altro impianto. Così, manco il tempo di esultare per lo scampato pericolo per il termovalorizzatore che subito spunta un altro impianto per la lavorazione delle balle (verranno spacchettate e separate) e la preoccupazione di una nuova discarica di servizio per gli scarti della lavorazione. Quanti sono gli scarti? Se fossero davvero il 50 per cento (così stima la Regione), è facile fare il conto di 4 milioni di tonnellate.

E lo sapete dove verranno smaltite 2 milioni di tonnellate di scarti? In una discarica enooorme. Dove si farà? Dalla Regione promettono che non si farà a Giugliano, ma se anche si facesse a Villaricca o a Qualiano, tanto per restare in zona e abbattere i costi dei trasporti, non sarebbe meglio. Il dibattito è aperto. E feroce. Il Pd cittadino si oppone al Pd che governa la Regione. Insorgono anche dal M5S e dal centrodestra. Il Comitato No inceneritore Giugliano si ricompatta. È ora di attivarsi per iniziare una nuova battaglia?

L’amore ribaltato ed epico dei giorni nostri

FullSizeRender“Chi – cazzo- è -Calipso?”. Lo urla a teatro la gelosa Penelope ad Ulisse, l’eroe, e lui, il mitico protagonista dell’Odissea, quello che ha sconfitto i mostri e navigato per vent’anni prima di ritornare a casa propria, lui che riconosce di amare solo Penelope ma non esita a restare sette anni a fare sesso con la dea Calipso, reagisce come un uomo qualsiasi. Tergiversa, minimizza, la butta sul ridere.

E Penelope soffre, si arrabbia, lo accusa di aver trascurato il figlio Telemaco, e che adesso, finanche al rientro, la vede e l’abbraccia ma non è capace di “incontrarla”. Perché? Perché resta concentrato sulle propria gesta e non riconosce il lavoro di “resistenza” della sua donna.

È la storia senza tempo dell’enorme difetto di comunicazione tra uomini e donne.
È un fatto fisiologico. Siamo diversi.
E il moltiplicarsi di generi e di desideri non ha fatto che complicare le relazioni a due.

DuePenelopeUlisse ci mostra un nuovo punto di vista.

Non avevo mai sentito la voce di Penelope, la sapevo, come tutti, intenta a tessere una tela per resistere agli attacchi dei Proci in attesa del ritorno del suo eroe.
Questo spettacolo le restituisce voce, ci fa soffrire con lei, ridere di lui, ridere di entrambi. Poi, riflettere.
Le relazioni al tempo d’oggi cambiano. E si capovolgono. Qualche volta, eh.
E sulla scena del Piccolo Bellini (Ci saranno fino al 5 novembre, andateci), nello scambio d’abito da sposi e nella pantomima di un amplesso a parti invertite, Penelope e Ulisse si ritrovano a fare i conti con le stesse dinamiche di forza ma indossando un vestito diverso.
Quello dell’altro, cioè. Non frutto di un puntuale e perfetto ribaltamento dei ruoli maschio/ femmina, ma secondo me di una più probabile e libera interpretazione dei tempi complessi e caotici che viviamo adesso.

Dieci anni di Alta Velocità. Il mio esordio fu questo

“Corri, corri, altrimenti perdi il treno dell’alta velocità”. Sosta selvaggia davanti alla stazione, poi la signora fa lo slalom tra i carrelli e i turisti, tenendo per mano il figlio adolescente, alto quasi due metri. Core di mamma deve andare a Firenze e la donna col pinocchietto di jeans si è convinta a lasciarlo andare in vacanza da solo per la prima volta. Arriva trafelata al binario 16 di Napoli centrale, davanti a lei l’Eurostar Italia av 9432, delle 7.48. Sale sulla carrozza 11 e si assicura soddisfatta che il pupo non viaggerà in direzione contraria al senso di marcia, ma mentre si attarda per le solite raccomandazioni, il treno parte, silenzioso e puntuale. A nulla serve la corsa verso l’uscita e le urla di sgomento. Il controllore non si impietosisce nemmeno alla prospettiva che il carro attrezzi rimuoverà forzatamente l’auto sul piazzale della stazione: multa e rimbrotto, la signora dovrà rimanere a bordo, suo malgrado fino a Roma Termini. Arrivo previsto, ore 9.15. Un bell’inizio di giornata, in pratica. Tra Formia e Latina, l’eurostar si ferma sotto una pioggerellina seccante con un sobbalzo di luce. Calo di tensione, annunciato un ritardo di 15 minuti. “E menomale che è un treno veloce”, si sussurra a bordo. Il quarto d’ora prospettato passa in un battibaleno e, dopo le accese proteste di chi aveva investito non poco in moneta sonante (33 euro per la tratta Napoli Roma) per guadagnare tempo, arriva un altro eurostar in soccorso dei passeggeri. Si affianca, un portellone viene aperto e gli operatori delle ferrovie cominciano ad armeggiare con una passerella per facilitare il trasbordo. Nel frattempo è tutto un coro di trilli e racconti della disavventura al cellulare riservati ad amici e parenti. Una coppia di Caserta avvisa dell’intoppo il figlio emigrato a Ravenna, un impiegato di Napoli deve riprendere servizio a Firenze dopo le vacanze, una nonna di Gragnano accompagna a Milano la nipote che è stata sua ospite per ferragosto. Una volta pronta la passerella, si passa nell’altro treno, dove le proteste dei passeggeri dell’eurostar bloccato si sommano a quelle dei loro colleghi costretti al salvataggio, insieme con gli altri fermi in stazione costretti al ritardo perché i due treni bloccano tutta la linea. Intanto, la madre amorevole bestemmia e accusa il figlio di averle rovinato la giornata. La visione numerologica della vita accomuna qualche crocchio e vengono fuori pure le cifre per il lotto. Poi, anche grazie alla prontezza di spirito del personale di bordo, si risolve tutto in una risata alla volta di Roma. Unica consolazione: il rimborso del 50 per cento del costo del biglietto (richiesta da presentare entro 30 giorni su apposito modulo). La tragedia si consuma, invece, per l’adolescente: la mamma ha deciso che non lo accompagnerà al binario 9 di Roma Termini dove per gli altri continuerà la “corsa” verso Milano. A lui la malasorte riserva un ritorno a Napoli, con un più sicuro intercity. E addio vacanze senza mammà: “Menomale che sono rimasta bloccata con te, lo avevo detto io che non dovevi partire”.

Mi ritornano in mente Nunzia e Vincenzo. I loro kiwi sono rinati un poco più in là…

IMG00229Era settembre del 2009. Nunzia resta in prima linea, è una donna determinata. Questa storia divenne un pezzo per Il Mattino, una delle denunce del mio documentario sulla Terra dei Fuochi. Ed è finito anche nel mio saggio pubblicato in Carta Straccia. 

GIUGLIANO. Terreni inquinati, niente causa risarcimento: la perizia costa troppo. «Rinunciamo con dolore, ma dimostrare le nostre ragioni contro i colossi, è impossibile». Lo dice a nome della sua famiglia Vincenzo Cacciapuoti, 70 anni, agricoltore, sfiancato dalla lunga vertenza legale che lo mette contro la Fibe Spa dal 2003, in una causa di richiesta dei danni, avviata in seguito all’essiccazione della sua piantagione di kiwi, a trecento metri da una cava in cui viene smaltita la Fos, nella zona di Tre Ponti- dove si concentrano numerose altre discariche – a ridosso dell’Asi. I contadini sostengono che i danni alla piccola azienda agricola, stimati in 400 mila euro a cui si aggiunge il mancato guadagno di sei anni – sarebbero stati causati dalla presenza di gas nel sottosuolo legata alla presunta cattiva gestione degli impianti di smaltimento dei rifiuti- testimoniata anche dallo scoppio di un pozzo artesiano. Entro novembre, la famiglia Cacciapuoti avrebbe dovuto portare in giudizio – davanti ai giudici della sezione distaccata a Marano del Tribunale di Napoli – la prova della relazione «causa-effetto», ma la perizia di parte ha un costo insostenibile: oltre 40 mila euro per carotaggi e indagini chimiche e geologiche. Così, dopo aver investito già quindicimila euro per altre perizie, a fronte di un risultato incerto, i Cacciapuoti non se la sono sentita di andare avanti. «Non ci hanno sostenuto nemmeno le associazioni di categoria», dicono. Oltre il danno anche la beffa, insomma. Tutt’intorno, altre coltivazioni hanno seguito la stessa sorte e proprio per questo nessun altro ha intrapreso una battaglia legale. Ora il loro terreno – sul quale ci sono ancora le piantine morte – è improduttivo e potrebbe essere venduto. «Mio marito ha deciso che a gennaio proverà a piantare di nuovo i kiwi. E finchè possiamo, resistiamo- dice Nunzia Pollastro, insegnante di 57 anni-. Anni fa ho scritto all’allora ministro Pecoraro Scanio per denunciare che i terreni dismessi sarebbero finiti in mano alla criminalità, ma nessuno mi ha ascoltato. Questo territorio viene devastato nell’indifferenza generale». Il dolore per la scoperta dei danni alle seicento piante di kiwi, si rinnova ora con la rinuncia. Tanta l’amarezza. «Adesso non ci sentiamo più capaci di progettare il futuro dei nostri figli in questo territorio, dove ci sono le nostre radici e il lavoro dei nostri genitori», continua Nunzia. I quattro figli della coppia vivono tutti lontano da Giugliano e non hanno intenzione di tornare a stabilirsi in zona. «Come condannare la loro scelta, visto che la nostra è diventata una terra di veleni?», riflettono i signori Cacciapuoti.
Tonia Limatola daIl Mattino del 13/09/09

A Giugliano non vogliono i rom, ma si tengono la monnezza senza protestare

Sull’iter del referendum richiesto da oltre 5 mila cittadini dovrà decidere il Consiglio di Stato. Dopo la sentenza del TAR che ha dato ragione al comitato promotore, l’amministrazione comunale ha deciso di impugnare la decisione per andare avanti nel progetto di dare una sistemazione dignitosa ai 350 rom che, in seguito allo sgombero da Masseria del Pozzo, vivono in condizioni estreme al confine col Comune di Qualiano. Fondi stanziati da Regione e Ministero dell’Interno e terreno del Comune sono già disponibili. La scelta di realizzare un nuovo campo in sostituzione di quello sgomberato perché ritenuto insalubre sarebbe impopolare per un’amministrazione di qualsiasi colore politico, ma per Giugliano la situazione è incandescente. La città si trova ad ospitare numerose discariche, autorizzate e non, c’è un progetto per un nuovo impianto di smaltimento e in più ampie fette di territorio sono state devastata dalla speculazione edilizia. Senza contare che i tagli al welfare hanno fatto salire la rabbia delle altre famiglie indigenti e che i roghi di rifiuti a ridosso degli insediamenti rom non aiutano la convivenza.

Insomma, i cittadini sono molto provati ed è in questo clima di tensione sociale che si svolge il feroce braccio di ferro tra schieramenti politici.

Ma la battaglia contro la monnezza? Dell’ipotesi di nuovo impianto si sa da un anno e nel frattempo ad indire un referendum per consentire ai cittadini di scegliere di che morte morire non è venuto in mente a nessuno. È una provocazione, sia chiaro, eh. Altrove (e lo dimostra quello lombardo-veneto) il referendum funziona perché c’è una coscienza civile. Da noi… Bah.

Intanto, alziamo muri per i rom ma facciamo passare la monnezza.

Ma quale amore…al Nuovo Teatro Sanità

parrella donadioÈ terribile scorgere negli occhi del partner i primi segni di disamore. Lo sguardo sfuggente che non fa più calore, il sorriso affettuoso da cui non traspare più passione. Non perché abbiamo tradito o sbagliato qualcosa, ma semplicemente perché non siamo più amati.

Gli occhi sorridono ma non ardono più. Averne contezza è devastante.

E tanto è più terribile quanto noi siamo ancora profondamente legati e bisognosi di quegli sguardi per guardare avanti con serenità. E non mi dite che noi abbiamo valore a prescindere, che dobbiamo abituarci all’amore che finisce, che si evolve, che stare assieme non è sempre un vortice di risate e corse sotto le lenzuola.

No, no perchè non mi riferisco all’amore quieto che arriva dopo anni di tormento e passione. Parlo proprio del disamore. Di quando ci sentiamo vicini all’abbandono. Di quando il nostro partner guarda oltre, quando il suo sguardo ci attraversa perché siamo diventati trasparenti.

Con questa sofferenza abbiamo fatto i conti tutti. La interpreta bene Cristina Donadio (accompagnata dal pianista Gregorio Calculli) che legge “Ma quale amore “ di Valeria Parrella, la quale si commuove assieme a noi tra il pubblico, tutti seduti sulle tavole del Nuovo Teatro Sanità (che solo questo volo sul palco basterebbe a incantare gli spettatori). L’occasione è il primo degli incontri in calendario per la rassegna Racconti d’inverno, progetto ideato da Carlo Caracciolo.

Come è brutto avere davanti a sè il fantasma dell’uomo che ti sollevava di peso e ti faceva volare come una bambulella, che ti riempiva la giornata di pensieri e sorprese, trascinandoti in una vertigine continua. E poi all’improvviso il sospetto che riservi ad altre il suo interesse, la propria curiosità, le stesse attenzioni. E la necessità di trovare una scusa di lavoro per fare un lungo viaggio assieme per poi scoprire che, una volta a destinazione, come racconta la Parrella, ha fretta e ansia di far sapere a un’altra di essere arrivato sano e salvo a Buenos Aires.

Una scoperta, quella di non essere più l’unica, che lascia il segno e apre possibili scenari. Prima che me ne accorgessi scriveva solo a me? Amava solo me? Chissà.

Ma quale amore… poi.