Il terremoto mi fa 268 volte paura

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Da Il Sole 24 Ore

Non sopporto le interviste ai geologi. A quelli che dicono “lo avevamo detto noi”. Non è colpa loro, lo so. Me la prendo con chi era stato messo sull’avviso e non ha mosso un dito. Per fortuna c’è una macchina della solidarietà che cammina. E mi piacciono i rifugiati che scavano sotto le macerie. Ma in generale, detesto quelli che chiacchierano sul dolore altrui. Mi fanno male le scene di disperazione, le storie di vita di persone normali che diventano protagoniste di un programma tv a causa di una tragedia. Quindici minuti di gloria adesso e il vuoto nero dell’abbandono poi. Sarà che mi sento a rischio. Il terremoto nell’Ottanta l’ho sentito anche io e so che non porta niente di buono. Morti, danni, povertà. Mi cresce l’ansia a pensare che si possa ripiombare in questo incubo anche qua. Napoli è ancora segnata dalla speculazione edilizia, devastata dalla ricostruzione e in pieno centro ci sono centinaia di edifici a rischio, mentre in Irpinia ci sono ancora tante, troppe ferite aperte… Che si fa? Si aspetta il turno nostro?

Era una domenica sera e stavo giocando con mia sorella in camera nostra quando mio padre ci venne a portare via. Avevamo appena avuto il tempo di notare il lampadario ballare sulle nostre teste. Furono un minuto e venti secondi di terrore e li trascorremmo tutti e quattro abbracciati, con mamma, sotto l’arco della porta d’ingresso mentre il nostro cane Baffi fuggiva giù per le scale. Nello stesso momento, a venti chilometri da casa nostra, nel quartiere di Poggioreale stava crollando un palazzo in via Stadera. Sotto le macerie rimasero cinquantadue morti, mentre in contemporanea migliaia di abitazioni in tutto il napoletano si meritarono l’etichetta di terremotate, conservata poi tristemente per anni. Per due giorni abbiamo vissuto da sfollati per la paura di essere sorpresi dalle scosse sismiche. Accampati sotto casa, abbiamo dormito in auto. Non capimmo subito la dimensione del dramma che, invece, si era consumato altrove. L’epicentro del terremoto era l’Irpinia, dove c’erano migliaia di morti e migliaia di persone senza casa. Un dramma che era difficile da raccontare. Per radio arrivavano poche notizie.

I soccorsi tardarono ad arrivare. Il Mattino titolò in prima pagina con un inchiostro nerissimo “Fate presto” e la Dc al governo insorse sostenendo che si stava facendo dell’inutile allarmismo prima di essere smentita dalle dichiarazioni del Presidente Pertini, in visita sui luoghi del disastro. Quelle due scosse sismiche di magnitudo 6.4 della scala Richter, della durata complessiva di un minuto e venti secondi, hanno segnato profondamente Napoli e la sua storia.  (Da “Io, Cirillo e Cutolo”, Ed. Cento Autori, 2009)

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