Quindici, sono quindici.

vScorrazzo sulla sua vespa. Mi tocco i nervi se me la graffiano. Mi tocco i nervi di toccarmi i nervi. Sono nervi scoperti. Si toccano. Sono passati quindici anni. Elaboro ancora il lutto, certe volte mi sento ridicola. Non è solo il mio. Sono andata al cimitero pochi giorni fa. Ci vado poco e poco volentieri. Lo faccio per dovere, lui ci andava per portare i fiori alla madre di cui io porto il nome, al nonno Gennaro che si chiamava come lui, alla sua tristezza. Io ci vado per portare i fiori a lui, a mia nonna e fare due foto del Vesuvio dalla sua finestra. Per qualche anno ho tenuto quella foto sul desk del mio computer, così tanto per condividere un’immagine. Ma lui non sta là a guardarla. Lui sta nel motore del mio PX, nella mia indolenza, nella faccia storta che tengo quando non digerisco bene le botte della vita, nel muso che metto quando non mi sento capita, nella passione per il mio lavoro. Ma anche nella pesantezza con cui spesso affronto la vita.  E oggi sono pesante.

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