Edenlandia festeggia 50 anni nella desolazione

edenlandia edenlandia 1Quando eravamo bambine, era il premio per essere state brave e studiose. Arrivavamo al parco entrando nell’atmosfera giocosa prima col naso, accolte dal dolcissimo profumo delle graffette (che da un po’ sono tornate in auge) e dalla visione dello zucchero filato che, poi una volta afferrato, ci rendeva appiccicose le mani. Ho tentato invano di studiare il modo di divorarlo senza toccarlo con le dita. E, poi, mi divertivano da morire i tronchi e lo schizzo d’acqua che si beccava chi sedeva davanti e la corsa tra ragazzi, anche da adolescenti, era proprio quella di giocarsi il posto migliore fino all’ultimo istante. Da piccolissima mi sono illusa di navigare nelle barchette di Popeye e ho imparato a correre su immaginarie praterie salendo per un po’ sulla giostra dei cavalli. E solo quasi ventenne mi sono cimentata con le montagne russe e la ruota panoramica che erano le attrazioni per i grandi. A me, che tremavo di paura nella nave dei pirati, proprio non piaceva il brivido di diventare adulta così. Da più grande ci ho portato la mia sorellina che potrebbe portarci il suo piccolo se Edenlandia dovesse davvero riaprire l’anno prossimo come promette il progetto New Edenlandia, che però resta bloccato dal solito pasticciaccio burocratico. Al momento della vecchia Edenlandia restano solo il nome di una triste e sconsolata fermata della Cumana su viale Kennedy, a Napoli, e la rabbia di 55 lavoratori che da maggio, alla scadenza della cassa integrazione, rischiano di perdere il posto di lavoro.

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