“Per sapere la verità sulla morte di Borsellino, ci vorrebbe un pentito dello Stato. All’epoca venne costruita a tavolino una verità fasulla”

Ne è convinto il magistrato Antonio Ingroia a vent’anni dalla strage di via d’Amelio e lo ha detto, sollecitato dalle domande di Attilio Bolzoni, alla prima edizione del Festival della Legalità di Legambiente, dedicato alla memoria di Angelo Vassallo, a Pollica- Acciaroli. “All’epoca venne costruita a tavolino una verità fasulla, fu un vero e proprio depistaggio”, insiste. Una chiacchierata sulla Palermo di quegli anni, dove il primo veniva chiamato il giudice ragazzino e da grande è stato criticato dal Csm per essersi definito “partigiano della Costituzione”; e il secondo, ora firma nota di Repubblica, era un cronista di prima linea. Ingroia ha raccontato il suo primo e il suo ultimo incontro con Borsellino. “Aveva una personalità forte e una carica umana travolgente. Era difficile non essere trascinati. Io avevo cominciato da uditore a Marsala, dove lui era procuratore ed era già famoso, ma era uno che non faceva pesare la propria autorevolezza. Gli diedi del lei e lui si mise a ridere. “Non sono così vecchio come credi”, mi disse. Eravamo gli unici due palermitani a Marsala, senza famiglia al seguito. Abitavamo sullo stesso pianerottolo e spesso facevamo colazione o cenavamo assieme. Diventammo amici”. Poi, con tristezza ricorda l’ultimo incontro. “Sono passati vent’anni esatti, è stato il 15 luglio del ’92. Dopo la morte di Falcone, si era buttato a capofitto nelle indagini. Era diventato un uomo diverso, taciturno e di poche battute. Quella mattina gli avevo comunicato che avevo deciso di prendermi una settimana di ferie e si era offeso un po’ con me. Così nel pomeriggio ritornai al Palazzo di giustizia per dirgli che sarei partito solo per il weekend e che il lunedì ci saremmo rimessi al lavoro assieme. E lui contento, mi raccontò dei suoi progetti e mi salutò con un abbraccio. Morì la domenica”. E sulle indagini. “Paolo aveva detto pubblicamente di essere testimone di cose che doveva raccontare all’autorità giudiziaria, ma non venne mai ascoltato. Per sapere la verità e conoscere il mandante, non bastano i pentiti di mafia, ci vorrebbe un pentito dello Stato. Pezzi importanti dello Stato sapevano cose che hanno taciuto”.

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