Se l’Italia crolla, sotto alle macerie ci finiscono anche i diritti

Quando fa caldo il lungomare di Napoli senza auto puzza di merda, l’asfalto è rovente e pedalo con rabbia. Cerco di godermi il sole e la libertà di fare quello che mi pare mentre in Emilia Romagna non hanno né la voglia, né il mare. Almeno nei posti peggio colpiti dal terremoto, dove le tende stanno andando a ruba (i napoletani sul posto se le stanno facendo spedire da qua) e gli accampamenti nei parchi pubblici spuntano tutte le notti. Popolazioni in strada ora, dopo aver sofferto la presenza limitante della neve fino a poco fa. I telefonini funzionano a singhiozzo e anche la luce elettrica va e viene. Devo farcela. Questa è la mia città, me la vorrei godere, ma finisco col passare idealmente a via Stadera. L’ho sentita nominare per la prima volta come un luogo infernale più di trent’anni fa. Era l’’80, un palazzo crollò e fece tanti morti, ma all’epoca non avevo paura; dormire in strada mi sembrava un gioco e l’agitazione degli adulti proprio non la capivo. Chiedevo a papà se potevo giocare sul piazzale con la bicicletta e lui mi zittiva, scorbutico, ascoltando le notizie alla radio dallo stereo dell’auto. Mi sembrò un rimprovero inutile. Forse perché allora il significato preciso delle parole morte, distruzione, sfollati non lo conoscevo ancora bene. Anzi, affatto. Ma lo stesso odore di allora, di merda e di disperazione, lo riconosco subito. Dall’epicentro del terremoto di ora arriva fino a qua, percorrendo km e km in quest’Italia dove non ci sono controlli (la vicenda dei capannoni crollati lo testimonia), si tartassano i cittadini, a cui si tolgono troppi soldi e troppi diritti, dove sotto alle macerie finiscono sempre e solo le persone.  Noi.

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